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Politica fiscale post indipendenza

luglio 17
17:58 2013

lodovicoL’esito della consultazione referendaria sarà plebiscitaria a favore del SI per un Veneto stato d’Europa. Questa volontà popolare interpellata con monitoraggio internazionale darà un pieno mandato per dichiarare l’indipendenza politica del Veneto. E poi? Che cambiamenti si deve aspettare l’elettore medio? E’ essenziale descrivere in dettaglio già da adesso cosa migliorerà, proprio per aumentare i consensi a favore di un Veneto con status alla pari di altri paesi europei.

Per impostare uno stato veramente federale, snellire la burocrazia, e migliorare la giustizia, bisognerà aspettare un’assemblea costituente che stabilisca il tutto. Intanto, durante i mesi di transizione, continueranno ad essere vigenti le normative italiane, proprio per assicurare un cambiamento fluido dal vecchio al nuovo. Una cosa però cambierà immediatamente: il famoso residuo fiscale di 20 miliardi all’anno sarà in mano ai veneti da subito, e non verrà più travasato a Roma per non tornare mai indietro. Avere 20 miliardi di risorse in più ci costringe ad avere da subito le idee chiare su che politica fiscale adottare per evitare sprechi disastrosi proprio alla nascita di un nuovo stato europeo.

Prima di tutto i dati precisi. Il residuo fiscale è la differenza tra quanto pagano i veneti di tasse (pressapoco €70 miliardi all’anno) e quanto ricevono indietro di servizi pubblici (pressapoco €50 miliardi all’anno). I dati sono disponibili dal database Conti Pubblici Territoriali del Ministero del Tesoro italiano, e per l’ultimo anno disponibile, il 2011, si parla di €70,4 miliardi di tasse pagate e di €54,1 miliardi di servizi pubblici ricevuti. L’ultimo dato sul residuo fiscale è quindi €16,1 miliardi (ma la cifra varia di anno in anno). Ora, per quelli che preferiscono posticipare la data del plebiscito, ricordiamo a loro che ogni settimana che passa ci costa €308 milioni (i residuo fiscale diviso per 52 settimane).

Il giorno dopo l’indipendenza, come veneti avremo €16,1 miliardi in più da amministrare. Saranno gestiti diminuendo la pressione fiscale, aumentando la spesa pubblica (pensioni, sanità, istruzione…) o una combinazione delle due cose? Per vedere cosa è possibile fare sia  dal lato delle entrate che delle uscite, bisogna conoscere il dettaglio.

entrate fiscali Regione Veneto

 Dei €70,4 miliardi di tasse pagate nel 2011, €21,4 miliardi erano imposte indirette (come l’IVA, accise), €21,8 miliardi erano imposte dirette (come l’IRPEF, l’IMU, ecc…), €20,9 miliardi erano contributi sociali, mentre il rimanente riguarda balzelli minori (bolli auto, ecc…). Di quanto potremo ridurre la pressione fiscale, grazie ai €16 miliardi in più che avremo a disposizione una volta indipendenti? Di sicuro conviene avere una diminuzione graduale della pressione fiscale per evitare ripercussioni inflazionistiche sull’economia veneta che brucerebbero inutilmente il nostro ritrovato benessere.

Senza entrare in eccessivi dettagli tecnici, i €21,4 miliardi di imposte indirette combaciano grossomodo con il 21% di IVA, dato che secondo Eurostat il Pil veneto si aggira sui €145 miliardi, ma di questi un 20% è sommerso, e cioè un €29 miliardi non paga l’IVA. Possiamo stimare che riducendo l’IVA immediatamente al 15%, le entrate fiscali diminuiranno da €21,4 miliardi a €15 miliardi. Una politica fiscale che ridurrà nell’immediato l’IVA al 15% costerà solamente €6 miliardi dei €16 miliardi di residuo fiscale a nostra disposizione. Perché non diminuire l’IVA di più? Da un lato, come accennato prima, è preferibile diminuire le tasse in modo graduale per non scatenare inutili spirali inflazionistiche. Dall’altro lato, nell’ambito dell’Unione Europea esiste la legge europea 2006/112 che non permette agli stati membri di avere un’IVA al di sotto del 15%. Ritengo questo tipo di legislazione nociva al principio di competizione all’interno del mercato comune europeo, ed un sintomo di ciò che è sbagliato nella direzione che la UE ha preso negli ultimi anni. E’ anche vero che alcuni stati membri hanno un’IVA al di sotto del 15% perché deciso durante i trattati di accesso alla UE. Dato che anche il Veneto dovrà rinegoziare la sua permanenza nella UE, sarà senzaltro possibile imporre di avere la possibilità di ridurre l’IVA ulteriormente. Questi sono i vantaggi di essere sovrani e non una colonia di uno stato che non rappresenta i nostri interessi in ambito europeo e mondiale.

Solo con l’IVA al 15% vorrà dire avere un potenziale sconto del 5-6% su ogni bene di consumo. Questo vuol dire più potere d’acquisto per le famiglie venete, più dinamicità per il commercio veneto, più benessere, più lavoro, più ossigeno da respirare. E rimangono comunque €10 miliardi di surplus da amministrare. Sarà possibile avere da subito una flat tax del 20% sul reddito. La dichiarazione dei redditi sarà quindi semplicissima, senza aliquote a scaglioni (23%, 27%, 38%, 41%, 43%). Una flat tax al 20% (mantenendo naturalmente una no tax area per i redditi più bassi) vuol dire lasciare più reddito in tasca ad ogni cittadino. E’ vero che una flat tax agevola di più i redditi più elevati, ma avremo le risorse per compensare anche i redditi più bassi introducendo una no tax area per ogni stipendio al di sotto dei €15 mila euro: tutte le famiglie che guadagnano meno di €1250 al mese non pagano tasse sul reddito (e chi guadagna di più paga la flat tax del 20% solo sulla differenza). Sembra una politica fiscale troppo aggressiva, ma data la distribuzione del reddito attuale (e l’elevato numero di disoccupati) questo tipo di riforma fiscale ridurrà le entrate fiscali non più di €5 miliardi.

Riducendo l’IVA al 15%, e introducendo una flat tax sul reddito al 20% (con no tax area al di sotto dei €15 mila euro) impieghiamo solo €11 miliardi dei €16 miliardi di residuo fiscale. I rimanenti €5 miliardi di surplus saranno impiegati eliminando accise sulla benzina, inutili bolli che infestano ogni piccolo particolare della nostra vita (bolli sul passaporto, bolli sul conto in banca, bolli eccessivi sull’auto) e anche riducendo considerevolmente i constributi sociali che ogni azienda deve versare a nome di ogni suo dipendente. Questi contributi sociali serviranno per finanziare il sistema pensionistico veneto, ma dato che allo stato attuale i contributi sociali veneti servono per pagare le pensioni agli anziani di tutta Italia, dopo l’indipendenza non sarà necessario averli così elevati, perché basterà per le pensioni venete, e avanzerà anche per aumentarle ad un livello minimo e dignitoso di €1000 al mese di pensioni.

I €16 miliardi di residuo fiscale, sotto questa proposta vengono impiegati totalmente per ridurre la pressione fiscale. Anche se c’è disperato bisogno di diminuire le tasse in Veneto (una dei posti al mondo più depresso da un livello di tasse eccessivo), sembra che non sia stato lasciato nulla per aumentare la spesa pubblica sull’istruzione, sulla sanità, sulla sicurezza, e sulla viabilità. In realtà ci saranno anche dei notevoli risparmi anche sul lato delle uscite. Analizzando l’andamento delle uscite dedicate al Veneto, secondo i dati dei conti pubblici territoriali, notiamo che prima della crisi (2007) la spesa pubblica dedicata al Veneto era di €50 miliardi, e nel bel mezzo della crisi (2011) la troviamo a €54 miliardi. Senza guardare i dettagli si potrebbe supporre che questo aumento è dovuto ad elevati costi di cassa integrazione o altre spese dovute al sociale in tempo di crisi. In realtà, quando andiamo a vedere i dettagli per settore economico, notiamo che questo aumento è dovuto agli interessi passivi. In sostanza, sui €50-54 miliardi che il Ministero del Tesoro cataloga come spesa pubblica per il Veneto, ci vengono accollati anche una parte degli interessi che lo stato italiano paga sul debito pubblico. Un debito pubblico che noi veneti non abbiamo accumulato perché da decenni diamo più di quanto riceviamo allo stato italiano. Quindi, ci mettono in conto come servizio pubblico per noi veneti anche gli interessi su un debito del quale non abbiamo responsabilità diretta.

Come gestire il debito pubblico dopo l’indipendenza del Veneto richiede un articolo a parte, di certo possiamo anticipare che anche nell’ipotesi di tenerci una frazione del debito pubblico italiano, dopo l’indipendenza, i conti pubblici veneti saranno talmente a posto che non esisterà uno spread, dato che un’obbligazione veneta sarà solida tanto quanto un Bund tedesco. Senza spread ci sarà un risparmio notevole sugli interessi passivi e più risorse per investire e migliorare i servizi pubblici veneti.

Lodovico Pizzati
Portavoce – Plebiscito2013.eu

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9 Comments

  1. fabrizioc
    fabrizioc luglio 17, 18:54

    Io onestamente, metterei in costituzione che e’ vietato fare debito pubblico. Si accantonano 5 miliardi ogni anno, e si spendono negli anni bui (ma non credo ce ne sarebbero molti)

    FabrizioC

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  2. lodovico
    lodovico Author luglio 17, 20:04

    il problema di metterlo in costituzione e’ che poi ci vuol poco a toglierlo dalla costituzione quando hai una super maggioranza di perlamentari disposti a spendere i soldi che non hanno. Ma ci sono maniere per evitare l’accumulo di debito, ma… un articolo alla volta :-)

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  3. Filippo83
    Filippo83 luglio 18, 09:12

    E se invece di diminuire le tasse sul reddito personale, diminuissimo quelle sui redditi d’impresa? La flat tax potremmo applicarla lo stesso, ma piú elevata – dato che comunque, per i dipendenti (parlo come tale), sono soldi che paga il datore di lavoro. Quindi, in ogni caso, incideremmo sui redditi aziendali, in maniera diretta od indiretta: vorrei peró capire quale potrebbe essere la differenza, in termini sia di vantaggi che di svantaggi.

    Per il debito pubblico, la mia idea da profano totale sarebbe un livello “medio-basso” come quello di molti paesi europei, oscillante tra 25% e 50%, e ben bilanciato tra quota “interna” e quota “estera”: un modo insomma per investire i risparmi dei veneti, e per attirare capitali terzi dall’estero. Dovrebbe invece essere vietato fare spesa corrente a debito: quella sí, dovrebbe avere una rigiditá di bilancio da far impallidire anche i tanto bistrattati parametri europei. A debito si fanno gli investimenti, non si pagano i dipendenti.

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  4. lodovico
    lodovico Author luglio 18, 16:02

    Filippo, io credo che bisogna dare priorita’ ai costi del lavoro, sia dal punto di vista del dipendente che dell’azienda. L’azienda deve verdare contributi sociali per ogni dipendente. Diminuendo questi riduci il costo del lavoro, e quindi aumenti i margini per l’impresa. Dopodiche’ sicuramente l’IRAP viene eliminata all’istante.

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  5. Ceck
    Ceck marzo 13, 14:51

    Tutti belli sti discorsi e da Veneto doc apprezzo… solo che vorrei tanto conoscere il risvolto della situazione… l’indipendenza porta ad avere un surplus di “carne al fuoco che resta in casa nostra…” e ok, ma quello che temo molto di più… e quello che ci spetta oltre i confini ;) mettiamo caso che come già attualmente molte aziende venete abbiano a che fare con clienti extra confini… non immaginate che da parte del vecchio “STATO ITALIANO” comincino ad esservi dazi, tasse, dogane ecc. per l’import export di quello che compriamo e vendiamo dal resto dell’Italia quello che più a mio avviso sarebbe da tener conto, aziende che comprano i nostri prodotti e servizi, potrebbero a mio avviso perdere interesse se devono trovarsi a livello burocratico e monetario ad avere maggiorazioni e incappare in procedimenti da parte di nuove norme per acquisto… perché adesso si siamo tutti sotto il tetto Italiano… ma è come quando ci si ritrova a voler andare via di casa… e ci troviamo con cose che a primo avviso non avevamo calcolato…
    Spero di essermi spiegato

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